Giocare fa rima con rischiare: elogio del ginocchio sbucciato

C’è una cicatrice minuscola sul ginocchio di quasi ogni persona adulta, è il segno di quella volta che il muretto era troppo alto o la corsa troppo veloce, i lacci troppo lunghi o il selciato troppo sconnesso. Oggi, in contesti in cui gli spazi di gioco riadattano tutte le consistenze naturali dell’ambiente e lastricano gli spazi per l’infanzia di superfici gommate, dobbiamo dircelo chiaramente: il ginocchio sbucciato è una medaglia al valore. È il diploma di chi, muovendosi e sperimentandosi su diversi terreni di gioco, sta imparando a stare al mondo, misurarne le consistenze, le possibilità.

Già, perché giocare lo si fa sin da subito e proprio con la prospettiva di conoscere, apprendere e integrare il modo in cui funzionano le cose e le sensazioni ed emozioni che mi danno, nel momento in cui il mio corpo e la mia mente le incontrano. Bambini e bambine hanno bisogno del gioco per crescere e il gioco cresce con loro, progressivamente.

Il gioco non è il giocattolo

Ma cos’è il gioco? Diciamolo apertamente, il gioco non è il giocattolo.

Il giocattolo è un oggetto che può esserci o non esserci, il gioco, invece, è un processo di apprendimento progressivo, una dimensione creativa e conoscitiva, che sempre accompagna la crescita. Per un bambino o una bambina da 0 e a 3 anni è la forma più importante di apprendimento, dipende dal contatto con la realtà, con il mondo circostante fatto dalle altre persone e da ciò che sta loro intorno. Il gioco è quello che succede dentro il bambino o la bambina: è l’atto di trasformare la realtà per capirla.

Per approfondire: Gioco libero con materiali poveri: “poco” può diventare tantissimo – CSB

Non bisogna farsi ingannare dalle risate, che per un adulto sono sempre cosa un po’ leggera: per una persona di due anni, incastrare un cubo in un buco o trasportare sassi da un punto A a un punto B, costruire una capanna di ombrelli, inventare e poi fare un percorso o arrampicarsi sono impegni molto complessi. Giocare è un compito che attrezza corpo e mente ad affrontare sfide integrate e coordinate sempre più articolate. Attraverso il gioco, i piccoli testano ad esempio le leggi della fisica, imparano la resilienza (“È caduta la torre! La rifaccio”), rivivono momenti delle loro giornate per spiegarseli un po’ meglio e imparano a capire chi sono.

Se li interrompiamo continuamente perché “è tardi” o perché “ti sporchi” o “ti fai male”, stiamo tecnicamente sabotando la loro ricerca scientifica più importante e impedendogli di apprendere le strategie per imparare a gestire i tempi, non sporcarsi o farsi male…

Giocare fa rima con rischiare

Il gioco contiene in sé un punto importante: il rischio. Impedire a un bambino o una bambina di correre piccoli rischi significa impedirgli di conoscere i propri limiti. Se ci si pensa bene:

  • Cadere serve a imparare a rialzarsi: Sembra un motto motivazionale banale, ma a livello neurologico è fondamentale.
  • La gestione della paura: Arrampicarsi su un piccolo tronco insegna a valutare l’altezza e la presa. Se non cominciano a farlo a due anni, sotto gli occhi delle persone adulte che si curano di loro, lo faranno a dodici in modo più spericolato. Ma con meno esperienza degli esiti naturali e senza aver sviluppato la coordinazione motoria ed emotiva necessaria.
  • L’autostima del “ce l’ho fatta”: Il senso di soddisfazione che prova un bambino o una bambina, quando compie i suoi primi passi, riesce ad afferrare per la prima volta un pezzetto di cibo e portarlo alla bocca, scende un gradino in autonomia sono gli esiti di sviluppo cui porta il gioco e sono il carburante per la loro futura sicurezza personale.

Quindi, meno ansia, più fango. Un bambino o una bambina che non si sporca, che non sfida l’equilibrio e che non sperimenta il brivido di una corsa “al limite” è una persona a cui si stanno togliendo diverse pagine del libretto di istruzioni per l’uso della vita. 

La traccia indelebile dell’esperienza

Un certo grado di rischio e di sfida è parte integrante del gioco e delle attività ricreative, nonché una componente necessaria dei benefici che ne derivano. Certo, l’autonomia nel gioco si accresce con l’età. Nella prima infanzia il gioco avviene in uno spazio di libertà vigilata, partecipata dall’adulto che è vicino, e che permette a bambini e bambine di sentire il vento sulla faccia e, sì, anche l’asfalto sulle ginocchia. Il sangue si lava, la crosticina cade, la terra si spazzola via dai vestiti, ma la consapevolezza di aver osato e aver capito come funziona il mondo lascia una traccia per sempre.

Quindi, quando un figlio o una figlia gattonano fuori dal tappeto, puntano una pozzanghera o un muretto, mettono le mani nella terra, lasciate fare. Un ginocchio sbucciato, le mani inzaccherate, un piccolo graffio non sono incidenti di percorso, sono la prova che sta diventando grande davvero.

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