Spesso pensiamo che la comunicazione di una bambina o un bambino cominci con la prima parola, quella prima parola che le famiglie aspettano e festeggiano. Il dialogo, in realtà, comincia molto prima. Fin dai primissimi giorni neonate e neonati comunicano con la voce, lo sguardo e i movimenti del corpo, mentre chi si prende cura di loro risponde dando forma e senso a quei segnali.
Capire quando comincia lo sviluppo del linguaggio nei neonati e nelle neonate aiuta a riconoscere questo dialogo e a sostenerlo fin dall’inizio. Specialmente in virtù del fatto che il linguaggio cresce attraverso una relazione fatta di ascolto e di risposte, molto prima che compaiano le parole. Delle parole degli adulti i più piccoli e le più piccole ascoltano il suono e quando arrivano delle risposte, queste creano uno spazio affinché loro possano esprimersi e imparare, un suono dopo l’altro.
Il vagito, la prima voce del dialogo

Il primo suono che una bambina o un bambino rivolge al mondo è il vagito. Di solito viene interpretato come un semplice segnale fisiologico, ovvero il modo in cui i polmoni cominciano a respirare. E in parte è così. Ma un vagito porta con sé significati molto più ampi di un “semplice” riflesso fisico.
Per capire meglio è utile fare un passo indietro e tornare a prima della nascita. Già nell’ultimo trimestre di gravidanza bambine e bambini cominciano ad ascoltare. Le voci che li circondano lasciano una vera e propria traccia sonora da loro percepibile. Proprio come viene riportato in uno studio dell’Università di Padova del 2023 (Mariani, Nicoletti, Barzon et al., Prenatal experience with language shapes the brain, Science Advances, 2023), che ha osservato l’attività cerebrale di neonate e neonati di pochi giorni di vita. Il loro cervello rispondeva in modo più organizzato alla lingua ascoltata nella pancia che a lingue mai sentite prima. Il ritmo e la melodia ascoltati prima di nascere sembrano così preparare il cervello a riconoscere la lingua di casa.
Vista così, la nascita prolunga un ascolto cominciato tempo prima: bambine e bambini arrivano al mondo già rivolti verso le voci che riconoscono. Il vagito diventa allora un primo modo per farsi sentire a loro volta e trova senso quando qualcuno lo raccoglie e prova a rispondere. Da questo scambio di suoni e silenzi, richiami e risposte nascerà poco a poco un vero e proprio dialogo.
Dai vocalizzi alla lallazione, le tappe di una conversazione
Nelle settimane successive alla nascita la voce di neonate e neonati si arricchisce. Intorno ai due o tre mesi arrivano i vocalizzi e i gorgheggi, quelle vocali morbide (“aaah”, “oooh”) che affiorano quando un neonato o una neonata è tranquillo e in compagnia. Sono i primi suoni prodotti per il piacere di farlo e per cercare l’attenzione di chi è vicino.
Verso i sei mesi comincia la lallazione: sono quelle sillabe ripetute come “ba-ba-ba” o “ma-ma-ma”, che poco alla volta si combinano in sequenze sempre più varie. È la palestra in cui la bocca, il respiro e l’orecchio imparano a lavorare insieme, un passo prima delle parole. Intorno all’anno, da questo allenamento, affiorano le prime parole vere e proprie. Le età indicate restano orientative: ogni bambina e ogni bambino ha i suoi tempi.
A contare è soprattutto la direzione del percorso. C’è chi comincia a vocalizzare prestissimo e chi invece ha bisogno di un po’ più di tempo, entrambe le strade sono percorribili senza che si generi allarme. In queste fasi ciò che nutre il linguaggio è la presenza di qualcuno che ascolta e risponde, giorno dopo giorno, più che il rispetto di tempi prestabiliti.
È un discorso di relazione, appunto, più che di tempistiche. Ed è proprio la relazionalità che agevola lo sviluppo del linguaggio. Per capirci meglio: un suono lasciato nel silenzio si spegne, mentre un suono raccolto e rilanciato invita a continuare. Bambine e bambini vocalizzano di più e con maggiore varietà quando qualcuno risponde ai loro versi come se fossero le battute di uno scambio. È il meccanismo dello scambio di turni: io dico qualcosa, tu rispondi, io riprendo. Molto prima di conoscere le parole, i più piccoli e le più piccole imparano la forma della conversazione.
Il bambinese, la lingua della cura

Come accennavamo sopra, ogni piccola tappa dello sviluppo del linguaggio nei neonati e nelle neonate viene vissuta in modo fluido. Non ci sono regole scolpite nella pietra per definire a “che punto siamo”. D’altronde è qualcosa che più spesso interessa chi sta vicino a un bambino o una bambina alle prese con le sue prime “chiacchierate”. E sono proprio i più grandi che, alle prese con queste chiacchiere, mostrano comportamenti curiosi e degni di attenzione.
Stiamo parlando del modo di parlare che viene spontaneo davanti a una neonata o un neonato. Quella voce che si fa più acuta e cantilenante, dal ritmo lento. Quella che viene chiamata “bambinese” o “mammese”, il tipico stile di conversazione che rivolgiamo ai più piccoli (a cui si aggiungono anche gli stimoli non verbali, come gli sguardi o sorrisi e in generale le espressioni del viso). Questo linguaggio non è diverso da quello che tutte e tutti parliamo abitualmente: le parole restano quelle vere, ciò che cambia è il modo di pronunciarle, più lento e musicale.
Come spiega il pediatra Giorgio Tamburlini (Infant Directed Speech (ovvero il “bambinese”), Medico e Bambino, 2/2024), la forza espressiva del bambinese, fatta di prosodia, sguardo e movimento della bocca, cattura l’attenzione dei più piccoli e li aiuta a cogliere il senso di ciò che sentono. È uno scambio reciproco: rispondere ai loro versi, anche con suoni senza significato, fa scoprire a bambine e bambini che il linguaggio funziona in due, che a una voce ne può seguire un’altra.
Il bello è che tutto questo è alla portata di tutti e tutte: parlare ai neonati e alle neonate con questo tono affettuoso viene quasi istintivo. Ma rimane qualcosa che si può coltivare: non esistono prerequisiti per parlare il bambinese. Con il tempo, poi, il bambinese lascia naturalmente spazio a un linguaggio via via più ricco e completo, mentre bambine e bambini crescono. A chi se ne prende cura spetta il compito di riconoscerlo e sostenerlo.
Per approfondire: Responsività genitoriale: il cuore della relazione nei primi 1000 giorni
Come sostenere la comunicazione nei primi mesi

Accompagnare la comunicazione dei primi mesi non richiede attività particolarmente complesse. Bastano pochi gesti quotidiani, ripetuti con calma:
- rispondere ai suoni con altri suoni, rinforzando il verso della bambina o del bambino e aspettando che arrivi la sua risposta;
- raccontare a voce ciò che accade, mentre si cambia o si prepara da mangiare (“adesso ti tolgo la tutina”, “il latte è ancora tiepido”), così che le parole si leghino alle esperienze;
- nominare ciò che cattura lo sguardo del bambino o della bambina, seguendo la sua attenzione invece di spostarla altrove (“cos’hai visto? È un albero?”);
- parlare il bambinese, con voce melodiosa e frasi brevi, restando vicini e guardandosi negli occhi;
- cantare ninne nanne e recitare filastrocche, perché il ritmo e la ripetizione della musica e della poesia sostengono la memoria dei suoni;
- leggere fin dai primi mesi, anche solo indicando le figure e commentandole insieme;
- accogliere i segnali di stanchezza: è un principio sempre valido, dunque anche quando una bambina o un bambino si cimenta con i primi tentativi di comunicazione. Se per esempio gira lo sguardo o l’atteggiamento si fa più serio, potrebbe significare che abbia bisogno di una pausa.
Per approfondire: I benefici della lettura con bambini e bambine
La voce e la relazione nel nostro lavoro
Noi del Centro per la Salute delle Bambine e dei Bambini (CSB) lavoriamo perché ogni bambina e ogni bambino abbia le stesse opportunità di crescita fin dalla nascita. Lo sviluppo del linguaggio è una di queste opportunità e ha una caratteristica preziosa: la voce della cura. È lo strumento principale per sostenere i progressi nel linguaggio dei più piccoli e delle più piccole ed è a disposizione di tutte le famiglie.
Ma è anche lo spirito con cui ci siamo impegnati e impegnate a realizzare Nati per Leggere, il programma attraverso cui promuoviamo la lettura condivisa fin dai primi mesi, quando la voce che legge e la vicinanza di chi tiene in braccio contano più di qualsiasi contenuto. E Nati per la Musica, un altro programma che punta a valorizzare il canto, il ritmo e la musicalità della lingua, che, come abbiamo visto, sono i primi appigli a cui neonate e neonati si affidano per entrare nel mondo delle parole.
Sostenere le occasioni di comunicazione precoce vuol dire anche cercare di ridurre le distanze. Nel senso che i momenti di ascolto, di parola e di relazione non arrivano allo stesso modo a tutte le famiglie e questa differenza pesa. Specialmente quando si muovono i primi passi nel mondo del linguaggio.
Per questo formiamo operatrici e operatori, costruiamo reti tra servizi sanitari, educativi, culturali e sociali e portiamo occasioni di incontro nei territori, per esempio con i Villaggi per Crescere, gli spazi gratuiti dove famiglie, bambine e bambini si incontrano, giocano e si raccontano. Vale anche quando in casa si parlano più lingue. Ogni lingua familiare è una risorsa di voce e di relazione e cresce insieme alle altre quando trova occasioni reali di ascolto e di uso.
Per approfondire: Multilinguismo in famiglia: come sostenere la lingua madre e l’italiano senza scelte obbligate
Crescere nella reciprocità

Tutto questo ci ricorda anche che le occasioni di relazione non sono qualcosa che le persone adulte semplicemente “offrono” a bambine e bambini. Fin dall’inizio, sono esperienze costruite insieme, nelle quali ciascuno porta qualcosa: una voce, un gesto, un’attesa, una risposta, una lingua familiare.
Per chi è adulto, riconoscerlo significa anche accettare che la cura non sia un movimento a senso unico. Nel tempo passato ad accompagnare una bambina o un bambino mentre scopre il mondo, anche il nostro modo di entrare in relazione può cambiare.
Possiamo scoprirci più attenti e attente alle sfumature, più disponibili ad accogliere gli imprevisti oppure meno concentrati e concentrate su ciò che pensiamo debba accadere. Forse è anche questo che rende la reciprocità così importante nei primi anni di vita. Forse dovremmo ricordare più spesso che mentre sosteniamo una crescita, c’è una relazione che lascia qualcosa anche a noi.