I 5 pilastri del gioco libero

bambino gioca all'aperto con una paletta

A quanti genitori capita di regalare un’infinità di giocattoli a bimbi e bimbe, salvo poi vedere che loro apprezzano di più lo scatolone? Il motivo è semplice: non si tratta solo di un contenitore, un involucro, uno scatolone, appunto. Ma di un’astronave, una tana oppure una barca. Nonostante la semplicità, bambini e bambine sono portati a dare tutta la loro attenzione a quel cartone, perché il gioco libero vive soprattutto di immaginazione.

Una scena del genere, tanto tenera quanto comune, ci racconta qualcosa in più su come funziona il gioco. Per giocare anzitutto serve tempo. E la libertà di usare gli oggetti a modo proprio, di poterli manipolare e trasformare. Perché è vero che il gioco ha delle implicazioni anche a livello di acquisizione di competenze ma si gioca non tanto perché è utile, quanto perché ci piace e ci fa star bene

Tempo e libertà sono requisiti essenziali che vincono sempre sulla quantità di giocattoli e vanno tutelati. Specialmente perché chi si prende cura di un bambino o una bambina potrebbe inconsapevolmente agire in modo performativo e acquistare tantissimi giocattoli educativi. I quali però lascerebbero meno spazio alla creatività dei più piccoli e delle più piccole. 

Il gioco, inoltre, è riconosciuto come un diritto. L’articolo 31 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza attribuisce a ogni bambina e bambino il diritto al riposo, al tempo libero e a dedicarsi a giochi adeguati alla propria età, in quanto parte essenziale del crescere e non un passatempo da concedere quando avanza tempo.

Il Commento Generale n. 17 del Comitato ONU ci aiuta a precisare cosa intendiamo qui quando parliamo di “gioco”. Il Comitato, infatti, suggerisce di mettere al centro il gioco auto-organizzato: quello che nasce da chi gioca, piuttosto che il gioco troppo saturo di stimoli o guidato passo passo da una persona adulta. È esattamente il gioco dello scatolone, libero di prendere la forma che chi gioca decide di dargli.

Il gioco è protagonista di moltissime attività CSB (dai Villaggi per Crescere a progetti come Nati per Leggere e Nati per la Musica) ed è per questo che abbiamo provato a immaginare i nostri cinque pilastri del gioco libero, che tornano utili specialmente d’estate quando bambini e bambine vivono giornate meno strutturate e hanno tanto più tempo per far diventare quello scatolone prima un’astronave, poi una tana, una barca… e dare libero sfogo all’immaginazione.

Il diritto alla noia

un bambino si annoia guardando fuori dalla finestra

Oggi molti bambini e bambine hanno agende fittissime e si dividono fra scuola, sport, le prime lezioni di lingua straniera e via dicendo. Ma è nel “vuoto” della noia che nasce l’inventiva. Perché una mente lasciata senza copione inizia a produrne uno per conto suo. Riconoscere un diritto alla noia significa proprio proteggere quei momenti apparentemente vuoti. Le lunghe giornate estive sono il terreno ideale per lasciare ai bambini e alle bambine lo spazio per elaborare quest’opportunità creativa.

Non si tratta di colpevolizzare i genitori, che fanno un lavoro di equilibrismo per tenere insieme tempo familiare e lavorativo ed evitare di lasciare i bambini e le bambine a loro stessi. Anzi, un genitore vive più spesso la preoccupazione di non dare abbastanza opportunità. Tuttavia, non va dimenticato che bambine e bambini piccoli, come noi adulti, possono faticare a sostenere impegni costanti troppo a lungo nel tempo. In compenso sanno dire con chiarezza cosa piace e cosa no. Ascoltare questi segnali aiuta a modulare l’intensità degli impegni, tutelando anche il tempo da lasciare libero. Il valore del tempo della noia è prezioso esattamente come quello del tempo passato a imparare a nuotare o ad ascoltare le prime parole in un’altra lingua. Nei bambini il tempo libero da proposte strutturate è un tempo dall’alto potenziale creativo

Lo ribadisce anche l’American Academy of Pediatrics: in un recente studio viene segnalato quanto il tempo non strutturato sia in riduzione, a favore di agende sempre più ricche, ricordandoci però che il gioco spontaneo sostiene il linguaggio, l’autoregolazione e la capacità di stare con gli altri.

Il diritto a sporcarsi

mani sporche di terra di un bambino o una bambina

Ritorniamo per un attimo allo scatolone che ha rubato tutta l’attenzione, quello che a un certo punto si era trasformato in una barca… Se lo portiamo al parco, in balcone o dove la vostra immaginazione vi porta (anche sul lettone!), lo scatolone diventerà parte di uno scenario più ampio, in cui entrano in gioco i sensi.

La noia così si sta già trasformando in qualcos’altro. Che lo sfondo di gioco sia in casa o all’aperto o che ci siano terra, acqua e gli oggetti più disparati, i bambini e le bambine vivranno il gioco come il loro primissimo laboratorio scientifico. Toccare, travasare, schiacciare e osservare cosa cambia è il modo in cui si costruiscono l’attenzione, la coordinazione e la capacità di fare piccole ipotesi. Allora parlare di diritto a sporcarsi significa lasciare che la scoperta passi anche dalle mani sporche e dai vestiti da cambiare, invece di leggere lo sporco come un problema da evitare.

Questo diritto, però, va sempre esercitato nel rispetto di chi gioca. Non tutte le bambine e non tutti i bambini amano le stesse consistenze: alcuni cercano il contatto con il fango e con l’acqua, altri si tirano indietro davanti a ciò che è appiccicoso o bagnato. È una sensibilità da accogliere come un’informazione, non come qualcosa da correggere. Si può procedere con gradualità: dare un nome alla sensazione (“è freddo, lo sento anch’io”), offrire una scelta (“vuoi guardare il fango o mescolarlo con la paletta?”), proporre esperienze brevi che si possono ripetere per rendere tutto più affrontabile. 

Per approfondire: Sporcarsi fa bene: esplorazione sensoriale e scoperta tra terra, acqua, fango ed erba 

Il diritto al rischio

Bambina gattona sulle scale

C’è un meccanismo che quasi tutte le persone adulte conoscono bene. Quello di entrare in allarme appena una bambina cerca di arrampicarsi sul primo ramo di un albero o un bambino prova a restare in equilibrio sul bordo di un muretto. È un istinto prezioso e non va spento, ma in questo caso può essere utile a distinguere due cose che spesso confondiamo.

Il pericolo è una situazione che può fare male sul serio, da cui è giusto proteggere i più piccoli e le più piccole. Un piccolo rischio è un’altra cosa. È la dose di sfida che bambine e bambini si scelgono da soli. Misurando l’altezza di un gradino, la tenuta di un ramo, la propria capacità di reggersi in bilico. Arrampicarsi, saltare giù da un rialzo, camminare lungo una striscia stretta… sono prove che spaventano un po’ chi guarda ma che, per chi le compie, valgono come piccole imprese.

E si tratta di imprese che insegnano qualcosa. La capacità di capire fin dove ci si può spingere, ad esempio, che si costruisce con l’esercizio. Un bambino o una bambina a cui non è mai stato concesso di provare un’altezza non ha potuto allenare quel giudizio, che un giorno gli servirà per restare al sicuro autonomamente.

La ricerca lo conferma. Uno studio canadese del 2024 dimostra che il gioco con una componente di rischio sostiene l’attività fisica e il benessere, aiuta a gestire l’incertezza e a contenere l’ansia, mentre gli infortuni che ne derivano restano quasi sempre lievi. Tutelare il diritto al rischio, allora, chiede a noi grandi un cambio di posizione. Possiamo essere coloro che anticipano e bloccano, oppure coloro che valutano, osservano e accompagnano. Dare un’occhiata a quanto è alto quel ramo, controllare che sotto ci sia erba e non cemento, restare a un passo, ma senza afferrare. D’estate, tra alberi, spiagge e prati, le occasioni di mettersi alla prova si moltiplicano e con esse anche quelle di crescere.

Per approfondire: Giocare fa rima con rischiare: elogio del ginocchio sbucciato 

Il diritto all’uso “sbagliato” degli oggetti

Bambina gioca con tubi di cartone

Basta osservare bambine e bambini alle prese con gli oggetti di casa per accorgersi che l’uso “corretto” di un oggetto è un’idea che deriva dall’esperienza delle persone adulte. Un bastone diventa una spada, un mestolo può tranquillamente essere un microfono e una coperta stesa fra due sedie si tramuta nel soffitto di un fortino.

È la stessa magia dello scatolone e si accende con più facilità proprio davanti alle cose che non hanno già un uso scritto addosso. Un giocattolo che fa una cosa sola, in fondo, la fa al posto di chi gioca: si illumina, suona, si muove, e non lascia molto da aggiungere. Un oggetto qualunque, al contrario, ha bisogno di immaginazione per potersi trasformare nel protagonista di un gioco. Usare le cose in un altro modo, assegnando loro il significato che la storia del momento richiede, diventa il modo migliore per tutelare il diritto dei più piccoli e delle più piccole a esercitarsi con la propria creatività.

In questi meccanismi di trasformazione si manifesta il cosiddetto gioco simbolico. Ovvero quando una cosa ne rappresenta un’altra e bambine e bambini provano ruoli, mettono in scena emozioni, danno una forma al mondo. Non serve necessariamente spendere dei soldi per mettere bambini e bambine nelle condizioni di poterlo fare. Tappi, stoffe, legnetti, contenitori vuoti e altri materiali poveri aprono possibilità quasi infinite. D’estate la natura stessa li mette a disposizione (sassi, pigne, legnetti, conchiglie e chi più ne ha più ne metta). Il punto rimane lo stesso: meno l’oggetto suggerisce, più lascia spazio all’invenzione.

Per approfondire: Gioco libero con materiali poveri: “poco” può diventare tantissimo 

Il diritto al silenzio dell’adulto

Tutto questo spazio di invenzione, però, è quasi sempre accompagnato dalle persone che si prendono cura di bambini e bambine. E il modo in cui questo spazio viene gestito fa una grande differenza. Capita spesso, per quanto con le migliori intenzioni, di riempirlo di parole. “Fai così”, “quello va lì”, “guarda che cade”, “perché non provi in quest’altro modo?”. Sono indicazioni pensate per aiutare o per insegnare. Eppure ogni suggerimento, anche il più gentile, sposta un poco il gioco dalle mani di chi lo fa a quelle di chi lo supervisiona. E il gioco, come abbiamo detto, per essere tale ha bisogno di appartenere a chi gioca. Dunque il diritto al gioco si manifesta anche come diritto dei bambini e delle bambine a non essere diretti.

Non si tratta di sparire, ma di cambiare ruolo. Le figure di riferimento hanno un compito importantissimo, quello della regia invisibile. Preparano la scena, mettono a disposizione lo spazio e i materiali, poi si fanno da parte e lasciano che la storia accada. Restare presenti senza invadere può significare osservare, aspettare e farsi avanti solo quando è necessario, con una domanda leggera (“che succede se…?”) più che con un’istruzione.

È il cuore di quella che chiamiamo cura responsiva: osservare i segnali, rispondere quando arrivano, sostenere senza sostituirsi. Il tempo disteso dell’estate anche in questo caso è un alleato, perché mette i genitori nelle condizioni di aspettare piuttosto che anticipare. E concede a bambine e bambini quei minuti di apparente “niente” da cui, poco a poco, nasce sempre qualcosa. È lì che il gioco diventa una piccola ricerca: si prova un’idea, si sbaglia, si cambia strada, si inventa una regola. E gradualmente si impara a fidarsi delle proprie intuizioni.

Il gioco libero nel lavoro del Centro per la Salute delle Bambine e dei Bambini

Se teniamo così tanto a questi cinque diritti è perché, messi insieme, raccontano bene ciò di cui ci occupiamo ogni giorno. Noi di CSB cerchiamo di sostenere lo sviluppo precoce nei bambini e nelle bambine creando consapevolezza su tutte le occasioni di crescita cognitiva, emotiva e relazionale che li accompagnano fin dai primi anni. Il gioco libero è uno di questi. Non a caso è un concetto che permea tutto il Nurturing Care Framework, il documento internazionale di cui abbiamo curato la versione italiana. Lì il gioco, la cura responsiva e le opportunità di apprendimento precoce non sono ambiti separati, ma dimensioni che dialogano e evolvono l’una insieme all’altra. Al gioco abbiamo dedicato anche un opuscolo della collana Nutrire la mente, che in poche pagine racconta perché conta e come dargli spazio ogni giorno.

Per leggerne un estratto: Giocare per crescere assieme.

Nella pratica cerchiamo di tradurre tutti questi pilastri nel modo in cui gestiamo i nostri Villaggi per Crescere, gli spazi comunitari dove famiglie, bambine e bambini si incontrano e giocano insieme. Qui i materiali sono semplici e le proposte poco strutturate. Proprio perché il gioco possa restare di chi gioca. Mentre educatrici ed educatori osservano, accompagnano e riconoscono i modi di fare di ciascuno. È lo stesso spirito che muove programmi come Nati per Leggere e Nati per la Musica, dove a contare, più di qualsiasi oggetto, sono la voce, la relazione e il tempo passato insieme.

Il gioco libero chiede poco ma restituisce tanto

bambina corre spensierata su un prato

C’è un filo che lega questi cinque diritti: si rivolgono a chi si prende cura di un bambino o una bambina, e chiedono tutti la stessa cosa, ovvero l’attenzione nel trovare, giorno dopo giorno, quella giusta misura tra il fare un passo indietro e l’esserci. È più facile a dirsi che a farsi, perché anche in questo caso il tempo non è un alleato. Ognuno dei cinque pilastri suggerisce di fare un intervento in meno e di lasciare un margine libero, proprio perché è in quel margine che il gioco trova lo spazio per accadere.

È un’idea che va un po’ controcorrente, perché siamo abituati a misurare la cura in quantità: più proposte, più attività, più stimoli. Il gioco libero ci chiede il contrario, come atto di fiducia. Non è facile realizzare tutto questo quando ci si prende cura di un bambino o di una bambina, perché l’istinto ci porta a fare delle scelte che forse sposano maggiormente l’ottica adulta. 

Riconoscere i cinque diritti-pilastri di cui abbiamo parlato, invece, ci aiuta a mettere davvero al centro il benessere e lo sviluppo dei bambini e delle bambine. E allora siamo certi e certe che da domani guarderete anche voi quello scatolone con occhi diversi!

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