Oltre la cronaca la responsabilità di educare

Partire dai primi anni per non arrivare troppo tardi

Su quanto è accaduto a Torino, Bologna e in particolare a Milano, dove gli episodi più significativi di devastazione e saccheggio si sono concentrati, cosa possiamo dire? Più che chiedere a gran voce un giudizio, una sanzione definitiva, questi fatti ci interrogano. Cosa fa sì a volte che ragazzi e ragazze appaiano incapaci di pensare, di spiegare i loro comportamenti o di sostenere un dialogo con gli adulti? Perché a volte agiscono in modo che appare irragionevole, fino a danneggiare se stessi e se stesse?
E, soprattutto, dove dobbiamo andare a ricercare le radici di tutto questo?

La complessità relazionale e i primi anni di vita

Un’analisi semplicistica, che voglia individuare solo nella dimensione socioeconomica le ragioni di quanto accaduto, non corrisponde alla complessità che le persone sempre portano; una complessità da ricercare nei primi anni di vita, in cui la persona e la sua identità si nutrono delle dinamiche relazionali, dei rispecchiamenti emotivi, della comprensione e dei processi di riconoscimento che avvengono all’interno delle relazioni significative. Lì stanno le radici di molto di ciò che accade dopo, per questo bisogna prestare muita cura ed attenzione sia a quel periodo della vita, sia in particolare in quel tempo a supportare le famiglie, gli adulti di cura, perché trovino la cifra educativa del loro stare insieme a chi cresce. Accompagnare la crescita è, infatti, un impegno che dura molto a lungo, anche se con modalità diverse per età.

Per questo pensiamo ai genitori di chi ha compiuto le devastazioni. Da un lato vedono compromesso il futuro dei loro ragazzi e ragazze, su cui, a modo loro, avevano tanto puntato. Dall’altro sono chiamati a un brusco risveglio: bisogna continuare ad essere genitori sempre, e ancora soprattutto in adolescenza per permettere a figli e figlie di rappresentarsi la realtà in modo coerente e allo stesso modo i suoi esiti.

La traiettoria di crescita e il mondo giovanile

Ma pensiamo anche ai ragazzi e alle ragazze, recuperando quello sguardo amorevole di cui in ogni caso hanno bisogno. Pensiamo a loro in una traiettoria di crescita, a come si cresce oggi, al significato che prende la parola “autonomia”, ai terreni in cui si gioca la partita della costruzione dell’identità e ci tornano in mente le parole di Paulo Freire “se l’educazione non è liberatoria, il sogno dell’oppresso è quello di diventare l’oppressore”. Cresciuti nel mito del consumo e della prevaricazione, che li e le raggiunge da più parti, ma privati dei mezzi per un approccio critico a questa realtà, non hanno forse altro per cambiare il sistema, se non cercare di appropriarsene con la forza per un pomeriggio, imitando qui modelli di potere e prevaricazione che vedono attivi nel mondo intorno a loro. Così il desiderio si trasforma in razzia e lascia solo vuoto e rabbia.

Un modello educativo condiviso: siamo persone intere

Dice il Governo che questi genitori saranno responsabili dei danni provocati da questi figli.
La legge già lo dice… Giusto, che paghino (quelli che saranno in grado di farlo), ma un commento pedagogico non può limitarsi alla condanna securitaria. Bisogna porre in evidenza la necessità di un modello educativo condiviso tra tutti coloro che se ne occupano, in grado di offrire strumenti di emancipazione reale ai genitori, alle famiglie, a bambine, bambini e adolescenti. È necessario cominciare a pensare alla persona nella sua interezza, non solo come insieme di bisogni e desideri complessi, ma anche nell’interezza della sua storia, senza suddivisioni per età, che convincono spesso a lasciarli andare all’improvviso, perché l’evoluzione individuale attraverso diverse fasi di cambiamento e adattamento che tra di loro si modellano progressivamente, non stanno l’una senza l’altra. Di fronte agli esiti legali di questi avvenimenti, ci saranno certamente avvocati e avvocate che rappresenteranno in giudizio genitori, ragazzi e ragazze. Senz’altro indagheranno sul passato di queste famiglie, alla ricerca di situazioni e storie che possano servire da giustificazioni e da attenuanti.

Ma possiamo davvero credere che il peso di tutta la responsabilità sia solo delle famiglie? Quando una persona cresce nel nostro Paese, davvero la famiglia è la sola agenzia educativa o ci sono altre realtà che ne sostengono la crescita? Lo fanno cercando una reale alleanza con i genitori e, soprattutto, quale peso hanno le reali opportunità di sostegno e supporto che vengono date alle famiglie?

Le mancanze dello Stato e i servizi pubblici

Accanto alle responsabilità bisogna anche identificare e quantificare le conseguenze delle mancanze dello Stato e dei singoli pubblici servizi nei confronti di queste famiglie, a partire dalla nascita e prima ancora. Di che famiglie, di che risorse genitoriali, di che servizi di supporto hanno potuto usufruire questi 17 italiani e 18 “stranieri”? Quanti di questi genitori hanno avuto accesso a percorsi prenatalizi o postnatali di accompagnamento? Qualcuno è stato a trovarli a casa per supportarli nei primi mesi? Sul lavoro, se lo avevano, hanno beneficiato di sistemi di conciliazione? Come sono arrivati in Italia e da dove? Quanti hanno ricevuto un supporto, materiale o soprattutto morale, per superare difficoltà e eventuali traumi? Quanti di questi bimbi e bimbe sono andati al nido e poi alla scuola dell’infanzia? Quanti hanno potuto usufruire di un’attività sportiva accessibile o di un punto di aggregazione in grado di far coltivare loro un desiderio, un interesse quando si son fatti più verdicelli? Non vale rispondere che non hanno voluto niente di tutto questo, perché questo dovrebbe essere diritto per tutti e tutte, non solo di chi dice sì.

Dobbiamo cominciare a pensare che anche le mancanze del sistema generano danni relativi al passato e costruiscono quelli immaginabili per il futuro. E un nostro pensiero va anche a chi, quel giorno del 17 ottobre non è stato identificato, oppure nemmeno ci è andato, a spaccare tutto in centro, a far razzia di abiti e scarpe griffate, semplicemente perché non ha trovato con chi andare, o era malato, o non aveva letto la chiamata sui Social. E pensiamo ai loro genitori, in gran parte ignari…

Anche come genitori, si cresce fin da piccoli

Perché non si può scoprire troppo tardi quello che si poteva essere, e fare, con il proprio bimbo o la propria bimba e scoprire in modo brutale che si continua ad essere genitori. Questo, è dovere della società tutta, farglielo scoprire subito, già nel tempo dell’attesa, e poi nei primi mesi e anni. Anche per crescere come genitori bisogna cominciare subito, fin da piccoli. Perché questo si realizzi bisogna trasformare il supporto alle famiglie e agli adulti che si prendono cura di chi nasce e cresce.
Bisogna creare opportunità proattive e perseveranti, in grado di dialogare e costruire filiere di servizi multisettoriali, perché non possiamo dare più.

a cura di Monica Castagnetti e Giorgio Tamburlini

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