Oltre la ricetta medica: cos’è la prescrizione sociale e come sta cambiando il welfare in Italia 

Con i contributi e le parole di Catterina Seia.
Co-fondatrice e presidente di CCW-Cultural Welfare Center ETS, primo ente di ricerca italiano sulla partecipazione e l’espressione culturale come risorsa di Salute.

Negli ultimi anni si parla di una medicina “diversa”, che non si compra in farmacia ma si trova nei musei, nei teatri, nelle biblioteche o nei parchi. Parliamo della prescrizione sociale (o social prescribing), un approccio alla salute che sta rivoluzionando il modo in cui intendiamo la cura e il ben-essere della persona. Ne abbiamo parlato con Catterina Seia, presidente CCW-Cultural Welfare Center.

“La crescente attenzione verso questo modello riflette proprio la rilevanza dei determinanti sociali, educativi e culturali che influenzano la vita quotidiana. In un contesto segnato dall’aumento delle fragilità sociali e del disagio psicologico – soprattutto tra bambini, bambine e adolescenti – emerge con forza la necessità di integrare le risposte cliniche tradizionali con interventi capaci di agire sulle cause più profonde del ben-essere” spiega Seia. 

Di cosa si tratta esattamente, perché se ne parla e qual è la situazione in Italia?

Cos’è la prescrizione sociale?

La prescrizione sociale è un modello che permette a medici e mediche di medicina generale, pediatri e pediatre e al personale sanitario in generale, di “prescrivere” ad assistiti e assistite non solo farmaci, ma attività non cliniche disponibili tra le proposte della comunità. L’obiettivo è rispondere a bisogni di salute complessi che dipendono da fattori sociali, come la solitudine, l’ansia, l’isolamento o la gestione di malattie croniche.

Se per le persone adulte questo può significare un corso di pittura o un gruppo di lettura per contrastare la solitudine, nella fascia d’età 0-6 anni la prescrizione sociale assume un valore preventivo ancora più profondo. “Prescrivere la cultura” nei primi anni di vita significa inserire i bambini, le bambine e le loro famiglie in contesti che promuovono buone pratiche e, soprattutto, permettere loro di frequentare spazi collettivi e pubblici, in presenza, insieme ad altre famiglie. Questo passaggio è vitale per contrastare l’isolamento e favorisce lo scambio di esperienze tra pari. Per i bambini, le bambine e per chi se ne prende cura, la “ricetta” diventa uno strumento per supportare lo sviluppo dei più piccoli e delle più piccole, cercando di intervenire nelle disuguaglianze che si verificano nei contesti in cui si nasce e cresce. 

Perché se ne parla oggi?

La partecipazione ad attività artistiche e culturali, favorisce in modo misurabile il benessere psicologico e stimola le connessioni sociali. “In questa direzione si colloca il toolkit dell’OMS sulla prescrizione sociale, tradotto in Italia dal Cultural Welfare Center, che offre linee guida e indicazioni precise per orientare ed indirizzare le persone verso le migliori risorse culturali, sociali e sportive di comunità” continua Seia.

La salute non è solo “assenza di malattia”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ampiamente dimostrato che le attività culturali e artistiche hanno un impatto misurabile sulla nostra salute fisica e mentale. Inoltre, dopo la pandemia, i problemi legati alla salute mentale e alla solitudine sono esplosi, spingendo i sistemi sanitari a cercare soluzioni più sostenibili e umane.

>>> Toolkit dell’OMS [versione in inglese e in italiano]

L’indagine nazionale: a che punto siamo in Italia?

“Se nel Regno Unito questo approccio è diventato strutturale e inserito stabilmente nel sistema sanitario nazionale dal 2019, anche in Italia non mancano esperienze significative, soprattutto nell’ambito dell’infanzia dove si contano oltre mille sperimentazioni” approfondisce Catterina Seia. 

In Paesi come il Regno Unito, quindi, la prescrizione sociale è già parte integrante delle politiche sanitarie pubbliche, in Italia siamo in una fase di transizione fondamentale: stiamo passando dalle iniziative isolate di singoli professionisti e professioniste illuminati a un vero e proprio sistema coordinato.

A confermare che qualcosa si sta muovendo concretamente nel nostro Paese è la prima indagine nazionale sulla prescrizione sociale in ambito culturale. Questa importante ricerca è stata realizzata dal CCW (Cultural Welfare Center) in stretta collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo.

I dati emersi disegnano una mappa italiana vitale: ben 918 organizzazioni (Istituzioni culturali, Enti sanitari, Cooperative sociali, Associazioni e Singoli professionisti) hanno risposto dichiarando di avere progetti attivi di welfare culturale e, tra queste, 617 hanno già all’attivo sperimentazioni di prescrizione sociale

C’è un impegno concreto che coinvolge il Terzo Settore, come protagonista e leva infrastrutturale del sistema: associazioni, cooperative e realtà non-profit non solo gestiscono le attività, ma fanno spesso da “ponte” neutrale tra i servizi sanitari e i luoghi della cultura. 

>>> Indagine sulla prescrizione sociale in Italia. Versione completa / Sintesi
>>> Qui la registrazione della presentazione dei risultati dell’indagine

Una trasformazione a doppio senso: come cambiano i luoghi della cultura

La capillarità di queste esperienze ci mostra un altro aspetto, non secondario: la prescrizione sociale non fa bene solo alle persone, ma trasforma la comunità stessa. Questo meccanismo genera infatti un circolo virtuoso sul territorio, perché l’arrivo guidato delle famiglie spinge i luoghi della cultura – come musei, biblioteche e teatri – a ripensarsi, adeguando i propri spazi, i propri servizi e la propria offerta per accogliere i più piccoli e le più piccole e rispondere concretamente ai loro bisogni, e a quelli delle persone adulte che li accompagnano. 

Nati per Leggere e Nati per la Musica: esempi pioneristici di prescrizione sociale

La ricerca cita Nati per Leggere e Nati per la Musica come tra i primissimi esempi di prescrizione sociale nel nostro territorio. Assieme alla virtuosa esperienza emiliana dello Sciroppo di teatro.

 “Programmi come Nati per Leggere, Nati per la Musica e Sciroppo di Teatro, dimostrano come la cultura possa diventare una risorsa concreta di promozione della salute, sostenendo lo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale di bambini e bambine e rafforzando le competenze genitoriali”
aggiunge la presidente.

Questi programmi nascono con un target ben preciso e delicatissimo: le famiglie con bambini e bambine molto piccoli. Attraverso il consiglio e la “prescrizione” dei pediatri e delle pediatre, l’atto di leggere assieme “a bassa voce” o di fare esperienze sonoro-musicali fin dai primi mesi di vita non e proposto come un passatempo, ma come una fondamentale buona pratica di salute. Esperienze da vivere tra le mura di casa o negli incontri organizzati sul territorio e che favoriscono lo sviluppo cognitivo e socio-relazionale dei più piccoli e delle più piccole, rafforzano la relazione precoce tra genitori, figli e figlie, e creano inclusione, offrendo a tutte le famiglie – a prescindere dal background socio-economico – uno strumento di partenza alla portata di tutti e tutte.

Nati per la musica / Nati per leggere

Il futuro: verso uno sviluppo sistemico

Oggi la prescrizione sociale sta vivendo un momento di svolta legislativa e istituzionale, e sono ancora le parole di Catterina Seia a confermarlo:

“ll recente protocollo firmato tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute sancisce finalmente il riconoscimento istituzionale di questa alleanza all’interno del nuovo Piano socio-sanitario. La sfida oggi è proprio quella di rafforzare ed interconnettere gli ecosistemi territoriali (coinvolgendo in modo integrato servizi sanitari, scuole, istituzioni culturali e Terzo settore) per esprimere appieno questo potenziale trasformativo all’interno di un quadro di totale equità sociale.
La sfida oggi è rafforzare ecosistemi territoriali capaci di connettere servizi sanitari, scuole, istituzioni culturali, enti locali e Terzo settore. È in queste alleanze che la prescrizione sociale e culturale può esprimere il proprio potenziale trasformativo, contribuendo a un welfare partecipativo, in un quadro di equità sociale. Costruendo nuove competenze, figure professionali di collegamento e cultura della valutazione”.

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